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Under Armour supera le stime di Wall Street

4 Novembre 2021

Under Armour ha ampiamente superato le attese di Wall Street: dopo il rialzo della guidance per l’intero anno, il titolo è balzato del 16,5%, raggiungendo un market cap di quasi 12 miliardi di dollari, chiudendo il terzo trimestre con un utile netto di 113,4 milioni di dollari, o 24 centesimi per azione, in rialzo rispetto ai 38,9 milioni di dollari dell’anno precedente.

Gli investimenti sui negozi monomarca e sull’e-commerce hanno ripagato la società, che ha visto le vendite direct-to-consumer crescere del 12%, mentre i canali all’ingrosso hanno messo a segno un +10%.  Dall’altra parte, l’e-commerce mostra segnali di rallentamento con un calo del 4% rispetto all’anno precedente. A oggi, le vendite online rappresentano il 33% del fatturato della società.

A livello geografico, i mercati internazionali continuano a guadagnare terreno con ricavi in crescita del 18%, superando i livelli del mercato nordamericano che registra un incremento dell’8%. In particolare, l’America Latina ha registrato il tasso più alto di crescita (+27%), seguito da Asia-Pacifico (+19%) e la divisione EMEA (+15%). Unica nota dolente sono state le vendite in Cina, penalizzate dal ritorno delle restrizioni in alcune regioni.

Per quanto riguarda le categorie, le vendite di abbigliamento hanno contribuito con 1,1 miliardi di dollari (+14% rispetto allo scorso anno), mentre le calzature hanno registrato una crescita del 10% per 330 milioni di dollari.

Il bilancio positivo di Under Armour è frutto degli sforzi del nuovo ceo Patrik Frisk cheta investito sulle campagne marketing per migliorare la brand image e ridurre il divario con le rivali Nike e Lululemon.

Altro elemento chiave della strategia di Frisk è stato l’abbandono dei canali discount, per vendere gli articoli a prezzo pieno e il rafforzamento dei legami con i partner all’ingrosso. Tali iniziative hanno contribuito al miglioramento della redditività con un margine lordo in aumento di 310 punti base.

Il problema del brand rimane la crisi delle supply chain: la chiusura delle fabbriche in Vietnam, il principale hub produttivo per le società di abbigliamento a livello globale, ha infatti mandato in tilt le catene di approvvigionamento. La società di Baltimora non è stata immune da questi problemi ma secondo gli analisti ha gestito meglio l’impatto: “UA è stato uno dei pochi player che ha aumentato con successo il suo potere di determinazione dei prezzi”, ha affermato BMO Capital Markets.

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